La “cultura” della cancellazione

 

Vi sono spinte sempre più intense verso la revisione della nostra storia. I cultori della cancellazione ci spiegano che buona parte dei nostri monumenti, nomi di vie, edifici e altre opere pubbliche sono titolati e glorificano dei misogini, fascisti, guerrafondai, razzisti ecc.

Per prima cosa bisognerebbe considerare che ognuno è figlio del proprio periodo storico. Se un cultore della “cultura” della cancellazione fosse nato in altre epoche e fosse un benestante avrebbe degli schiavi perché sarebbe stato normale averli. Se fosse stato un uomo coraggioso cercherebbe la gloria nelle imprese in battaglia (oggi gli basta ingigantirsi il c e esplicitare il suo coraggio giocando con una PlayStation). Fin qui potrei continuare, ma sono tutte cose ovvie.

Se si vuole fare un passo ulteriore mi chiedo se siamo poi certi che la nostra “civiltà” ripulita da tutte queste “brutte” tendenze sia davvero migliore di quella in cui invece c’erano. Siamo esseri umani migliori? Più consapevoli? Produciamo più bellezza? Siamo più giusti?

Ciò che è certo è che siamo in un’epoca votata alla mercificazione e assolutamente in squilibrio mentale dove ciò che è bello è divenuto relativo e frutto di dibattiti tra specialisti e non semplicemente Bello perché così è percepito. Il risultato è che “l’arte” non manifesta bellezza, la filosofia pensieri deboli e la politica burocrati.

Non è che magari invece di cancellare le opere a loro intitolate dovremmo prendere in considerazione la grandezza di alcuni degli uomini del passato?

m.m.

 
Marco Mandrino